Gaetano Porcasi alessandrobutera.it

Ha fatto i suoi studi presso l’Accade­mia di Belle Arti di Palermo, ha lavorat­o in Sardegna, poi in Si­cilia, adesso insegna presso il Liceo Scientifi­co di Partinico. Da una decina d’anni a que­sta parte ha scelto di di­pingere la sto­ria, soffermandosi in particolare su tut­te le vittime di ma­fia.

Ha cominciato con la strage di Portella della Ginestra, alla quale ha dedicato una decina di quadri, si è poi spostato sugli esponenti delle forze dell’ordine, sui ma­gistrati, sui giornalisti, sui sindacalisti uc­cisi, sulle vittime della società civile, sulle esperienze antimafia, sul ruolo della chie­sa. Il suo amore per la Sicilia lo ha portato a coglierne i molteplici aspetti, i volti, i luoghi, i mestieri, gli uomini, le donne, i bambini, gli intellettuali.

Adesso sta lavorando sulle stragi in Ita­lia e nel mondo, partendo dall’Unità d’Ita­lia e della tragica mattanza operata dai Piemontesi nel Mezzogiorno, conti­nuando con i Fasci Siciliani, con le stra­gi naziste, quelle neofasciste di Piaz­za Fontana, dell’Italicus, della stazione di Bologna, per arrivare alla strage di Dui­sburg.

I suoi quadri passano in rasse­gna i 150 anni di storia dall’Unità cer­cando di recu­perare angoli di memoria dimenticati e frammenti di storia dove la violenza subi­ta dalle vittime, il loro sangue, la loro morte, diventano quasi una sorta di seme e di strumento per atti­vare una inte­riore palingenesi, un mo­mento di riscatto in cui l’evento raffigu­rato suggerisce la vo­lontà di andare avanti e di non fermar­si nella dimensione immediata del dolo­re.

L’arte è agire, fare, produrre. E ciò che l’artista produce può provocare un’emo­zione, generare un coinvolgimento inte­riore, ma può anche contenere un mes­saggio, indicare un valore, un principio, una via. In tal senso l’arte diventa etica, contenuto morale, stimolo pedagogico, momento educativo.

I quadri di Gaetano Porcasi suggerisco­no un percorso tragico, scandi­to dai nu­meri civici che indicano gli anni in cui è successo l’avvenimento raffigura­to e trac­ciano una lunga via di dolore che attraver­sa la Sicilia: sotto traccia s’intra­vedere l’intenso e sotterraneo lavoro con cui gli uomini che si dedicano alla lotta contro la mafia giornalmente costruisco­no una via alternativa dalla quale si sno­da faticosam­ente il percorso della libera­zione dal pote­re e dalla violenza ma­fiosa.

Si tratta di un racconto storico che si sof­ferma su momenti drammatici e su per­sone che hanno messo in gioco la pro­pria vita per dare un contributo alla batta­glia, sempre attuale in ogni parte d’Italia, con­tro il malaffare, contro la prepotenza , contro la violenza e contro le collusioni politico-mafiose, avendo come obiettivo la prospettiva di un cambiamento o di un rinnovamento radicale, con la certezza di avere fatto sino in fondo il proprio lavoro e il proprio dovere.

Progettare il futuro guardando all’ere­dità del passato, conservare la me­moria per costruire il presente, individua­re va­lori di riferimento e trovare nella pro­pria interiorità la forza per non subire e per saper lottare. Questo è il forte mes­saggio contenuto nelle tele di Porcasi.

Non c’è la perfezione stilistica, il tocco del “maestro” che riesce a dare compiu­tezza formale ai particolari attraverso una completa padronanza della tecnica e del disegno. Non c’è la ricerca di significati nasco­sti all’interno della realtà, di dimen­sioni subliminari, di esplorazioni nei mi­steri dell’inconscio, di transfert in­terni all’immagine, come veicolo verso mete ignote della soggettività.

Non c’è l’astra­zione dalla realtà verso formalizza­zioni geometriche che dissol­vono il reale sche­matizzandolo in simbo­li di cui non sem­pre si intravede la pregnan­za di un signific­ato. Non c’è la deforma­zione del reale alla ricerca della demoli­zione dell’armo­nia della forma e dell’equilibrio della classicità, verso im­magini perdute in una fissità quasi infan­tile. Non c’è il surrealismo, l’astratti­smo, il simbolismo, la metafisica, non ci sono particolari eccessi, sforzi di creativi­tà fan­tastica o scoperte di dimensioni ma­giche. Non c’è Dalì, Matisse, Klimt, Liga­bue, Botero, De Chirico, Kandinski, Munk o qualche altro mostro dell’arte contempo­ranea. Stenteremmo a trovare una classifi­cazione della pittura di Gaeta­no Porcasi in una scuola o in una corren­te. Qualche ri­chiamo con il realismo di Gut­tuso o con l’iperealismo dell’arte rus­sa di regi­me, o ancora, alla pittura mes­sicana contempor­anea si ferma là, per­ché egli non pretende di trasfigurare l’immagine in di­mensioni personali o servirsi di essa per comunicare specifici messaggi politici.

Secondo la lezione del verismo sicilia­no egli riproduce ciò che è già perfezione nella sua condizione naturale, fissa l’atti­mo nella sua irripetibilità, inondandolo di colori e di luce, si ferma sulla soglia che separa la cronaca dalla storia, ma che pos­siede, nel suo essere “fatto”, un preci­so si­gnificato che trascende il fatto stesso e lo rende valore, principio etico, mes­saggio. Il pennello si muove disinvolta­mente sulla tela e la disinvoltura non è, o non è solo, come talora succede, sinoni­mo di superfi­cialità, ma è anche possesso delle conos­cenze indispensabili della tec­nica.

Va anche detto che ci troviamo davanti a una pittura difficilmente commerciabi­le; un quadro che fa parte di un’epopea o che si lega ad altri per illu­strare una compiutezza storica, non è un prodotto singolarmente acquistabile: in un mondo in cui tutto è monetizzato o tra­sformato in valore di scambio, ciò è etica­mente un pregio, economicamente un di­fetto.

E così le rughe dei contadini, le mani ossute, il viso scavato, diventano le ru­ghe e le escrescenze degli ulivi, la ric­chezza vegetativa e le vivacità della gi­nestra di­ventano la fecondità e la dolce bellezza delle donne siciliane, il pathos della morte nasconde il germe della ri­generazione, gli alberi sono legati alla terra così come gli uomini che da essa cercano nutrimento, le agavi e i girasoli sono pro­tagonisti dello spazio nel loro contorto sviluppo che di­venta metafora della Sici­lia, nella sua di­mensione di centro della storia e ombelico del mon­do.

Si potrebbe osservare che la “solarità mediterranea” sia la caratteristica do­minante di questa pittura, certe volte arida, altre volte ricca di vegetazione e colori, che il pittore sia prigioniero del­la dimen­sione che lo circonda, che non riesca a trasferirsi oltre le immagini che gli si pre­sentano quotidianamente. In realtà si tratta di un microcosmo siste­maticamente stu­diato, dove lo spa­zio delle emozioni è im­brigliato da una ra­zionalità lineare, che, dal suo angolo particol­are, intriso di sici­lianità, si pro­ietta nella dimensione uni­versale della storia e dell’arte.

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Gaetano Porcasi ha dipinto più di 600 tele. Una trentina di esse si trovano a Cor­leone, in quella che fu la casa di Ber­nardo Provenzano e di suo fratello e che, ristrut­turata dal Comune è diven­tata “Casa della Legalità: circa diecimi­la pre­senze l’anno ci danno l’idea del successo di questa ini­ziativa. Anche a Spello, nel­la ristrutturata Villa Fidelia, c’è una mo­stra permanente con una ventina di qua­dri. E’ in allesti­mento, ad Alcamo, un’altra iniziativa che prevede l’allesti­mento di un museo per­manente delle stragi. E infine è in stampa un li­bro, cu­rato dallo scrivente, che rappre­senterà una sorta di catalogo di tutte le opere dell’artista e che sarà an­che un pre­zioso strumento di lavoro per coloro che vor­ranno fare lezioni di anti­mafia.

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